omelia per la terza domenica di quaresima

Capua, Basilica Cattedrale – 24 marzo 2019

 

Mosè aveva quarant’anni quando, a Madian, pascolando il gregge non suo ma del suocero, sperimenta per la prima volta nella sua vita un incontro che gli sconvolgerà l’esistenza. Il Dio di Israele, del quale poco aveva sentito parlare, gli appare sull’Oreb nel roveto che arde e non si consuma e si presenta a lui non solo come il Creatore, il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, i patriarchi del passato, ma come il Salvatore – nel presente – del popolo oppresso dagli Egiziani.

Da quel momento la vita di Mosè cambia e da tranquillo pastore che ormai non si aspetta più niente di importante se non la quotidiana esistenza fatta di famiglia e lavoro, inizia una travolgente avventura che lo porterà a far conoscere Colui che è – infatti il Signore si presenta come Io Sono, l’eterno Presente – ad attraversare il Mar Rosso, superare avversità da nemici esterni e da incomprensioni interne nel popolo, fino a contemplare dal monte Nebo la Terra Promessa, ma non poterci entrare.

San Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, spiega ai Corinti che le esperienze del vecchio popolo di Dio in cammino verso la terra promessa sono immagine di quanto in pienezza viene sperimentato in Cristo dal nuovo popolo che è la Chiesa.

Scrive infatti: “Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi” (1 Cor 10,12).

Infatti le infedeltà del Vecchio popolo potrebbero essere replicate dal Nuovo, perciò l’Apostolo aggiunge: “Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere”. Questa frase conclusiva del brano oggi offerto alla nostra meditazione e che, credo, molti di voi ricordano Chi pensa di stare in piedi, stia attento a non cadere, è significativa e indicativa. Nella Comunità cristiana nessuno deve illudersi di essere immune da difetti o peccati, tutti invece comprendano che è sostanzialmente fondamentale riconoscere la propria indegnità e sentire come necessità il bisogno dell’assistenza divina, dell’accompagnamento della Luce della Parola di Dio, del sostegno intimo della Grazia che giunge soprattutto attraverso i sacramenti ricevuti degnamente e con devozione.

 

Siamo alla terza Domenica di Quaresima e potremmo domandarci come sta andando il nostro cammino verso la Pasqua. Abbiamo fatto tesoro delle indicazioni presentateci dalla Liturgia il Mercoledì delle Ceneri? Abbiamo, almeno in parte, messo in pratica i nostri propositi di pregare di più? Siamo stati generosi verso quanti hanno avuto bisogno di noi? Abbiamo esercitato la penitenza? Siamo convinti che da soli non riusciamo a realizzare il bene e abbiamo necessità dell’aiuto divino?

L’abbiamo ricordato anche nella preghiera iniziale di questa S. Messa – l’orazione colletta – chiedendo l’intervento del Padre: “Poiché ci opprime il peso delle nostre colpe, ci sollevi l’aiuto della tua misericordia”.

L’esame di coscienza può aiutarci a ricominciare o far meglio con l’aiuto di Dio.

L’invito della Parola ascoltata nel Vangelo ci orienta fortemente ad un atteggiamento di conversione.

Gesù ricorda due episodi tragici: la morte violenta di alcuni Galilei che si erano ribellati ai Romani provocando la reazione del Procuratore Pilato, e un incidente mortale a Siloe, dove diciotto persone restano seppellite dal crollo di una torre.

Gesù spiega innanzitutto che non c’è collegamento tra disgrazia, dolore, morte e responsabilità o peccato, come nel sentire comune della cultura e della religiosità del Suo tempo, mentre nel contempo sottolinea la necessità della vigilanza per tutti trasmettendo un chiaro messaggio: la disgrazia più grande è rifiutare di convertirsi.

 

Il brano evangelico si chiude con una parabola, quella del vignaiolo e del fico sterile. Come avete certamente compreso, è Gesù il vignaiolo che invita alla proroga del taglio dell’albero facendo quando è possibile per evitarlo. È la pazienza di Dio che continuamente ci ridà speranza nonostante le nostre continue ricadute nella sterilità e il ritorno al passato di errori. L’anno di attesa della parabola simboleggia la vita dell’uomo, ogni giorno è tempo di cambiamento e conversione. Ricordiamo ancora l’invito di San Paolo ai Corinti letto il Mercoledì delle Ceneri: “Questo è il momento favorevole, questo è il tempo della salvezza” (Cfr. 2Cor 6,2).

È sempre in opera la Pazienza di Dio che provvede con infinita misericordia, ci sta vicino, ci sostiene, e aspetta che possiamo finalmente produrre frutti di bene.

 

Domani è il 25 marzo, giorno in cui si ricorda la memoria dell’Annunciazione dell’Angelo Gabriele a Maria Vergine. Sarebbe bello se riuscissimo a partecipare alla S. Messa, per chiedere alla Beata Vergine Maria di accompagnarci in questo percorso quaresimale imparando da Lei come si realizza la volontà di Dio, disponibili – come Lei – a rispondere generosamente alla continua chiamata del Signore.

✠ Salvatore, arcivescovo