omelia alla messa crismale

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Capua, Basilica Cattedrale – 18 aprile 2019

 

 

Il brano di Isaia, riportato da Luca nel Vangelo con il commento di Gesù che, Parola del Padre increata, ma incarnata perché l’uomo possa conoscere, nell’unica rivelazione esaustiva possibile, il Mistero di Dio. Il Suo donarsi all’uomo, diventa – per comunicazione – patrimonio e impegno prima degli apostoli e poi della Chiesa attraverso la trasmissione apostolica non solo, con diverse accezioni, ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi come collaboratori dei vescovi e dei presbiteri, ma assorbito spiritualmente da tutto il popolo dei battezzati che si sente in tal modo protagonista – come consacrato con l’unzione – dell’annuncio ai miseri, dell’impegno a fasciare ferite dei cuori spezzati, della proclamazione della vera libertà dal peccato, nella consolazione della venuta del Signore che fa superare il dolore e la mestizia.

Ma l’annuncio ai semplici, l’impegno a fasciare piaghe, la proclamazione della libertà dal peccato, la Chiesa non lo esaurisce all’esterno di se stessa, ma lo sperimenta quotidianamente – talvolta drammaticamente – nell’intimo di ciascuno e all’interno della stessa Comunità cristiana visibile, nel continuo superamento delle contraddizioni consapevoli o incoscienti del vivere e nel tentativo di verificare sempre, con un attento discernimento, la sintonia del pensare col dire, del dire col fare, dell’essere con l’apparire.

Tutti certamente siamo certi dell’origine divina della Chiesa nata dal sangue del Crocifisso, ma siamo ugualmente convinti che Gesù affida a noi il compito di sostenere e far crescere la Comunità Radunata, la Ecclesìa.

San Paolo – l’abbiamo letto come seconda lettura della quarta Domenica di Quaresima – scrivendo ai Corinti affermava che i cristiani fungono da ambasciatori per Cristo come se Lui esortasse per mezzo nostro, invitando tutti alla riconciliazione (Cfr 2Cor 5, 21).

Carissimi sacerdoti, questo è il progetto di vita che ogni battezzato deve sforzarsi di realizzare, tuttavia siamo ben consapevoli che i Ministri Ordinati, hanno una maggiore responsabilità all’interno del popolo di Dio.

Tra poco, prima della benedizione degli olii santi, rinnoveremo le promesse sacerdotali emesse, non senza emozione ed entusiasmo, il giorno della nostra ordinazione. Ribadiremo che vogliamo essere sempre più uniti al Signore rinunziando a noi stessi, dispensatori dei misteri di Dio, guidati solo dall’amore verso i fratelli.

Al termine chiederemo – voi ed io – che i nostri fedeli preghino per noi perché riusciamo ad essere veri Ministri, immagine autentica di Gesù in mezzo a loro.

Per riuscirci dobbiamo essere consapevoli che, come preannunciato dal brano dell’Apocalisse poco fa letto, l’evidenza del Regno si presenterà nel suo splendore solo al ritorno glorioso di Gesù alla fine dei tempi quando l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine saranno finalmente contemplati in “Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!” (Ap 5, 8).

Nel frattempo sperimentiamo la precarietà dell’effimero in continua contesa con l’essenziale, lo strappo tra il desiderio del Bene Assoluto e la forza trascinante che ti incolla nelle paludi del peccato, l’anelito del respiro ampio della Grazia in combattimento con l’affanno nella realizzazione di illusori beni transitori.

Lunedì sera, attraverso i mezzi di comunicazione, abbiamo assistito in diretta al disastroso rogo della Cattedrale di Notre Dame. Non so voi, ma io l’ho vissuto e interpretato come l’emblema, quasi un sintetico tremendo simbolo, del tentativo inesorabile di distruzione della Fede nella nostra Europa sempre più scristianizzata e incline in maniera soddisfatta a eliminare non solo ogni elemento significativo che possa influenzare la convivenza sfacciatamente atea delle nostre città ma anche di ogni evidente parvenza di pratica cristiana. Questa mia considerazione potrà sembrarvi inopportuna o difficilmente collegabile all’evento disastroso, che almeno sembra, è stato in maniera tristemente superficiale, solo fortuito. Mi sembra, comunque, che la devastazione materiale di Notre Dame può essere letta come immagine della devastazione spirituale del nostro mondo occidentale.

 

Le sommesse preghiere e i melanconici canti dei cattolici accorsi per assistere – come al capezzale di un moribondo – alla distruzione, fortunatamente parziale della loro cattedrale, esprimevano molto chiaramente la condizione di un cattolicesimo ormai in minoranza ma certamente ancora capace di trasmettere qualcosa. Infatti agli iniziali pochi fedeli, man mano se ne aggiungevano altri sempre più numerosi, e poi anche persone non credenti o solo non praticanti che cercavano di ricordarsi le parole di preghiere o canti mariani ormai da molto non utilizzati e che in quel momento tragico ritornavano fortemente nel cuore anche se più lentamente sulle labbra.

Questo cattolicesimo in minoranza però sperimenta l’affettuosa vicinanza del Suo divino Pastore ricordando quando Gesù aveva detto: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre è piaciuto dare a te il Regno” (Lc 12, 32) con il successivo invito a preparare un tesoro nei cieli perché dov’è il tesoro, lì c’è anche il cuore.

Carissimi fratelli, dov’è il nostro tesoro? E, di conseguenza il nostro cuore?

 

Per distruggere quanto distrutto sono bastate 9 ore di fuoco, per ricostruire ci vorranno anni.

Anche la Rivoluzione francese fece molti danni alla splendida cattedrale rendendola “Tempio della Dea Ragione” ma la Rivoluzione terminò, con i suoi morti, le sue violenze e le sue infamie e la Cattedrale lentamente ritornò a vivere.

Torniamo al problema della desertificazione spirituale nell’attuale contesto dell’Occidente. Riusciremo a superare questo momento di sistematica distruzione della Fede nel cuore dei giovani e dei meno giovani, la banalizzazione della famiglia e dei valori cristiani? Saremo capaci di far riemergere nel cuore – e poi sulle labbra – la verità della Fede? Ci impegniamo per un’autentica purificazione dalle sentine di vizi evidenti o nascosti come con forza invitati da Benedetto XVI e Papa Francesco?

Siamo certi che con la Grazia di Dio potremo riuscirci ma ci viene domandato un forte, continuativo e lungo impegno. Ci vuole poco tempo per bruciare il bene, molto invece per ricostruire dopo una distruzione, e ancora di più per riconquistare la fiducia di quanti si sentono traditi.

Soprattutto a noi sacerdoti viene richiesto di impegnarci sempre di più, di non accontentarci di un dovere ministeriale codificato da orari di ufficio, con chiese che vengono lasciate a lungo chiuse. Non è questa la Chiesa in uscita di cui ha più volte parlato il Santo Padre. È la vita che va donata con generosità, crescendo ogni giorno nell’amore per il Signore e i fratelli nonostante possibili incomprensioni e sofferenze.

Maturare nella vita spirituale con una vita di preghiera non codificata ma spalancata ad una continua intimità divina che riempia l’anima di serenità e gioia.

Ricordiamoci che non siamo i padroni della Parola di Dio ma solo servitori nella fedeltà. Camminare insieme e tentare, specialmente in Forania, di organizzare un percorso pastorale comune per evitare difformità che potrebbero disorientare i fedeli laici.

Soprattutto impegnarsi ogni giorno per crescere nel rispetto, nell’affetto e nella stima per i confratelli, evitando giudizi superficiali e inopportuni, alimentando invece sempre più la stima per l’altro e la condivisione dell’unico progetto pastorale che è la salvezza delle anime a noi affidate, senza restrizioni imbarazzanti o scelte ingiustificate che possano ingenerare confusione o turbamento nei fedeli.

Non stancarsi mai di ricominciare sempre, anche quando tentativi fatti con buona volontà non sono andati a buon fine.

Se il Signore è sempre così disponibile alla misericordia e al perdono, non dovremmo, almeno per quanto possiamo data la nostra debolezza tentare di riuscirci anche noi?

 

Viviamo santamente questi giorni che ci introducono alla Pasqua, comunichiamo ai nostri fedeli le ricchezze della Parola di Dio, dei Sacramenti, della Divina Liturgia celebrata con profonda devozione; vedano in noi veri cristiani convinti che ogni giorno sperimentano la misericordia del Signore e, nonostante i propri limiti, la offrono e la fanno sperimentare a coloro che sono affidati alle loro cure pastorali.

 

 

✠ Salvatore, arcivescovo

 

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